Guardami
Secondo premio ex equo, sezione Racconto breve “Il prima e il dopo”
Guardami. Guardami ora che tutto è passato, ora che posso raccontare cosa mi è successo. Ora che il mostro è domato, battuto. La lotta è stata dura, ma ho combattuto con determinazione, con caparbietà. Mi sono ribellata all’idea che lui potesse essere padrone del mio corpo, farne ciò che voleva; farmi soffrire, deturparmi, farmi piangere, gettarmi nella disperazione.
Ho usato molta ironia quando ha aggredito il mio seno ferendo la mia femminilità. Mi sono inventata un’altra me stessa: io, con i capelli lunghi e neri, con gli occhi a mandorla scuri, mi sono infilata in profumeria, prima della chemio, per reinventarmi: fondotinta rosato per il pallore, lenti a contatto viola, eye-liner viola e parrucca corta castana mesciata. E ho avuto anche il coraggio di osare con abiti provocanti, per non pensare come sarei stata quando fossi passata tra le mani del chirurgo. Ho atteso con trepidazione e quasi con gratitudine quella maledetta e urticante chemio rossa. Mentre scorreva per raggiungere il mio sangue, le consegnai le mie speranze e aspettative : era il mio unico alleato. E quando, giorno per giorno, toccandomi il seno, sentivo la massa rimpicciolirsi fino a svanire, con le lacrime agli occhi la ringraziavo di avermi violata e quasi non percepivo la sofferenza degli effetti collaterali. Quell’angelo del mio chirurgo poi, compì il miracolo. Invece di una mastectomia totale mi regalò un seno solo un po’ più piccolo, decorosissimo. In quel momento mi sono sentita incredibilmente forte, quasi magica. I mesi delle successive cure, sono passati conducendo una vita normale, quasi troppo impegnativa tra lavoro, famiglia e il mio hobby del canto. Volevo essere un esempio per le donne che mi parlavano di voler rinunciare alle cure più invasive per non perdere i capelli, per quelle che non si accettavano più, come persone e come donne. Dolcissime compagne di viaggio, incontrate e conosciute a decine nella sala d’aspetto nel temuto giorno delle cicliche flebo chemioterapiche. Angeli deturpati ma non per questo meno belli, non meno pieni di significato e sentimenti. Donne come bambine, spaventate e sole con il loro intimo ed esclusivo dolore di avere dentro un mostro che uccide.
Ero convinta. Ce l’avrei fatta. Ne ero più che sicura. I controlli erano finalmente a posto. Avrei lasciato indietro come un episodio difficile e doloroso ma superato, quella polvere di terrore che mi aveva minacciata ma non domata. E invece il mostro tornò. Dopo 8 mesi dalla presunta guarigione. Beffardo schiaffeggiò la mia sicurezza e si prese la rivincita. Su una spiaggia di Sardegna, mi accompagnò nell’acqua con i miei figli piccoli e mi azzannò paralizzando tutta la mia parte sinistra, lasciandomi stremata e quasi incapace di muovermi. Riuscii a stento a trascinarmi verso l’ombrellone e a chiedere aiuto per i bambini, poi ci fu la corsa all’ospedale con speranze, domande e paure che si aggrovigliavano nella mente. La crisi passò ma un medico imbarazzato e timido, dopo giorni di controlli, quasi come se parlasse ad un bambino, semplificò la diagnosi: una qualche “particella” del mio cancro al seno aveva “viaggiato” e si era depositata nel mio cervello...La razionalità cominciò a vacillare nel peregrinare da medico a medico, da opinione a opinione e poi quella orrenda parola: Inoperabile. Oppure, operabile ma a rischio di diventare un’infelice. Guardavo gli occhi dei professionisti che mi confessavano che non avevano il coraggio di toccarmi, di togliermi quel mostro dalla testa, e non riuscivo a capire cosa avrei dovuto chiedere loro, cosa pensare io, se era venuta l’ora di arrendermi. Ma non lo feci. L’illusione di una radioterapia mirata e statisticamente efficace mi diede respiro anche se, dentro me, intuivo che era troppo semplice. Se il mostro era tornato, non si sarebbe fatto distruggere così facilmente. E infatti non successe nulla. I professori erano convinti che io non potessi che essere nella statistica positiva e quando le continue crisi alla mia parte sinistra minarono la loro convinzione, mi guardarono tra lo sconsolato e l’infastidito, scrollando la testa, indispettiti di dover ammettere la loro sconfitta. Mi sono chiesta come si può guardare una persona e parlarle del tempo che le rimane, di avere il coraggio di sostenere un tono di conversazione pacato, quasi fosse una chiacchierata davanti ad una tazza di caffè. La mia anima non aveva porte attraverso cui fuggire, né finestre da cui vedere una aspettativa di vita. Solo la prospettiva di una ulteriore radioterapia particolarmente pesante per sperare di “fermare, rallentare” un po' il mostro; per guadagnare spiccioli di vita. Ero spacciata. E ferita nel corpo e nello spirito. La splendida donna che ero, mi guardava dallo specchio e mi regalava una immagine sconosciuta, obesa dal cortisone, calva, pallida, ormai su una sedia a rotelle. La tenacia stava per crollare. Mi dissi che non avrei lasciato che il male mi consumasse. Pensai di togliermi la vita. Non volevo assolutamente arrendermi alla sudditanza alla malattia: volevo sentirmi solo mia. Non gli avrei lasciato anche questa ultima distruzione. Se era il mio destino morire con un marito, due figli ancora piccoli, a 42 anni, per un maledetto cancro , avrei agito da me. Ma una parte dentro di me continuava a conservare una lucidità straordinaria: era come essere divisi in due parti distinte: una rassegnata ma determinata, l’altra inarrestabile e combattiva.
Vinse la seconda. Continuai a cercare risposte fino a che una dottoressa tanto competente quanto sgradevole, impietosamente e maldestramente mi confermò che la radio fatta non aveva risolto nulla, non era stata certamente risolutiva, e che la situazione era estremamente grave. Ma pronunciò un nome. Il miracolo si compì. Il nome di un neurochirurgo in transito tra la Sardegna, Verona e Modena. Una persona che non si arrendeva e tentava tutto il tentabile. L’uomo che, guardandomi negli occhi, ormai piccoli e persi tra il gonfiore del viso e un corpo sformato e infelice che non mi apparteneva più, mi disse con dolcezza “Io so di poterla operare. Non la lascerò su una sedia a rotelle....” L’unico, tra tanti, che mi aveva guardato nell’anima e investito nella mia determinazione, nella mia testardaggine, nel mio non arrendermi. Nel suo sguardo, (che stupore!), lessi addirittura una richiesta di aiuto: un intervento così audace necessitava una fiducia straordinaria, una sinergia al di là di ogni immaginazione. E la sintonia funzionò. Sono passati tre anni e non ho avuto altre crisi né altri tipi di metastasi. Guardami ora. In questi tre anni sono passata dalla sedia a rotelle a camminare, un po’ zoppicante per la verità, ma senza bastone. Appena smesso il cortisone, il mio corpo ha recuperato il proprio equilibrio e sono ritornata ad un peso ideale. Nonostante la massiccia radio ho goduto del prodigio del ritorno dei capelli e adesso sono una piacevole donna che vive la sua vita di sempre, che non deve negarsi nulla. Ma se mi guardi , vedi quello che c’è fuori , quello che il mio viso, il mio corpo dimostra e per chi non conosce non è immediato capire. Ma dentro, dentro, il percorso non si è esaurito. Appena ho capito di avercela fatta, un delirio di onnipotenza mi ha invaso. Vedere la vita come prima non mi era più possibile. Ci si sente quasi inscalfibili e molto, molto sicuri di sé. Non si comprende la piccolezza della vita di tutti i giorni e l’ordinario diventa proprio insignificante. Pian piano piano si rimane prigionieri di questa sensazione. Un giorno però ti svegli e ti accorgi che il significato delle cose è ancora cambiato, e da persona “super” passi ad essere un viandante sperso e spaventato che attraversa la vita con mille domande nella mente. Chi, come me, ha vissuto nella “terra di confine”non può accontentarsi della quotidianità. E rimango in preda alla “ sindrome dell’ astronauta” , di chi ha visto il mondo da fuori e non è più stato capace di rientrarvi. Guardami, mentre la mia vita sembra scorrere normale e in realtà ancora combatto. Perché il mostro , in un qualche modo è rimasto: mi ha lasciato una ferita inguaribile: la consapevolezza di essere una sopravvissuta e quindi , in un qualche modo, una persona speciale. Un insulto per chi non ce l’ha fatta. Una pesante responsabilità. E vivo in una vita normale, inadeguata alla nuova visione e ai nuovi parametri di vita, chiedendomi perché, perché io. Vivo crescendo i miei figli come ogni mamma che ama, fa; tentando di essere una buona moglie; essendo una figlia attenta alla fragilità di un genitore che invecchia; frequentando le amicizie e trovando uno spazio per i miei hobby. Ma tu, guardami, guardami dentro. Il mostro mi parla ancora. Mi mostra la terra dallo spazio e poi il sistema solare e poi tutto l’universo. E le galassie con le affascinanti costellazioni, le nebulose, il vuoto.... E improvvisamente mi riconduce alla piccolezza di una formica e mi chiede di fare una proporzione tra il tutto e il niente. So di essere niente in confronto all’universo, eppure questo mio fragile involucro, soffre, sogna , si emoziona, ama, vive con coscienza profonda di sé. Si interroga sul senso della vita....E non c’è religione che possa soddisfare con le sue fantasiose spiegazioni, la mia esigenza di capire cosa siamo e perché esistiamo. Posso solo supporre che esista una grande energia in cui tutti confluiamo e che muove l’universo, in cui diamo e riceviamo. Per questo tu, che mi guardi e mi chiedi come abbia potuto sopravvivere, come sia meraviglioso che io ci sia ancora, tu... sappi che ho camminato lungo il confine della vita e che di meraviglioso ho trovato proprio, che ci sia un confine. La possibilità straordinaria di essere a metà tra il tutto e il nulla e di potertelo raccontare. Ma il mio percorso di guarigione, quella vera, inizia ora. Perché guarire è riuscire a dimenticare. Dimenticare di essere una persona speciale.
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